“Riportiamo l'intervista che la compagna Geraldina Colotti ha fatto al ministro degli esteri dell'Ecuador Guillaume Long, che sta proponendo al mondo una campagna internazionale contro i paradisi fiscali, richiamando la politica internazionale ad un codice etico. Ci sentiamo sostanzialmente d'accordo con ciò che sostiene l'attuale ministro del Governo di Rafael Correa in questa intervista, ma, come sempre, nella politica borghese, una cosa sono le parole e i propositi, un'altra cosa sono i fatti. E' vero, molti evasori ecuadoriani che trattengono capitali nei paradisi fiscali sono a stragrande maggioranza imprenditori, banchieri e rappresentanti delle destre dell'opposizione al governo di Rafael Correa, però, purtroppo, vi sono segnali che anche personaggi del governo di Rafael Correa hanno capitali e immobili di lusso all'estero. Lo stesso Presidente Rafel Correa risulta proprietario di immobili all'estero. Quindi, coloro che sostengono le giuste ragioni del governo di Correa vorrebbero maggiore coerenza e meno corruzione nelle stesse fila dell'attuale governo di Rafael Correa.
Circolo Culturale Proletario di Genova"
Ecuador, un patto etico contro i grandi evasori
Geraldina Colotti, 28.07.2016, “Il Manifesto”
Quito. Intervista a Guillaume Long, ministro degli Esteri e della Mobilità umana
Il ministro degli Esteri ecuadoriano Guillaume Long
© La Presse
Malgrado il terremoto d’aprile (500 morti e oltre 2.500 feriti, la peggior tragedia in 67 anni), l’Ecuador non si è dato per vinto. Nonostante sia un paese piccolo, con i governi di Rafael Correa è diventato un punto di riferimento autorevole sia sul piano regionale che internazionale nel proporre un’idea di sviluppo coniugata alla giustizia sociale. Quattro anni fa, ha accolto nella sua ambasciata a Londra il giornalista ricercato dagli Usa, Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, lanciando un preciso messaggio a Washington. Quest’anno ha accolto il vertice della Celac, la Comunità degli stati latinoamerican e caraibici che lascia fuori solo Usa e Canada. Ospita la sede della Unasur, dedicata alla memoria dell’ex presidente argentino Nestor Kirchner. E ha fatto sentire la sua voce all’Osa in difesa della sovranità del continente dalle ingerenze esterne.
Il ministro degli Esteri e per la Mobilità umana, Guillaume Long – storico e accademico – ha sostenuto recentemente la battaglia del Venezuela bolivariano contro gli attacchi delle destre, e il dialogo sotto l’egida della Unasur. In quel contesto lo abbiamo incontrato a Caracas e siamo tornati a trovarlo a Roma, nella sede dell’ambasciata, per il lancio della campagna internazionale contro i paradisi fiscali.
Qual
è il motivo di questo viaggio?
Una breve visita in Vaticano, per incontrare il segretario di Stato Pietro
Parolin. A lui ho consegnato una lettera di Rafael Correa, il nostro
presidente, sulla nuova iniziativa internazionale che stiamo lanciando per abolire
i paradisi fiscali. Un Patto etico che sottoporremo a referendum a febbraio del
2017, in concomitanza con le prossime elezioni. Il presidente ha spiegato al
paese di cosa si tratti e ha illustrato la proposta: calcoliamo che il 30% del
nostro Prodotto interno lordo si trovi all’estero in paesi compiacenti in cui è
possibile evadere le tasse. Una cifra importante che potrebbe servire alla
ricostruzione post terremoto, a far fronte ai piani sociali compensando la
caduta del prezzo del petrolio. Come hanno evidenziato i Panama Papers, il
problema colpisce i paesi del sud, ma anche il primo mondo. I paradisi fiscali
sono un attentato alla sovranità economica delle nostre nazioni, sono la faccia
invisibile e più vergognosa del capitalismo moderno, quello senza nome. Appena
avremo il parere della Corte costituzionale, porteremo la discussione
all’Assemblea generale dell’Onu, a settembre. Poi, inizieremo la campagna per
il referendum. Se vincerà il sì, la normativa vigente verrà adeguata al volere
del popolo ecuadoriano: tutti coloro che aspirano a ricoprire incarichi
pubblici avranno un anno per riportare nel paese i fondi all’estero, dopodiché
verranno interdetti da incarichi pubblici.
E
cosa vi aspettate dal Vaticano che, in questo ambito ha già le sue gatte da
pelare?
Questo è un tema che sta a cuore a Papa Francesco. Il presidente ha già avuto
diverse discussioni con la chiesa e con il pontefice. Quando è stato invitato a
partecipare alle discussioni sull’Enciclica Laudato si’, il tema dei conti off
shore che debilitano i paesi in via di sviluppo è emerso con forza. Gli stati
del sud vengono considerati instabili o poco affidabili anche perché i grandi
evasori li dissanguano portandosi i soldi all’estero. Sulla questione della
finanza etica e della giustizia tributaria molte ong e organizzazioni della
società civile hanno già proposte avanzate, dobbiamo lavorare insieme. Anche
gli stati del G77 possono fare molto. La chiesa ha una grande capacità di
penetrazione ideologica e ora che c’è questa nuova leadership dobbiamo
approfittarne per far passare questo messaggio. Quando ha visitato l’Ecuador,
Papa Francesco ha detto che bisogna umanizzare il capitalismo, che non si può
vivere in un sistema con simili contraddizioni. Il presidente Correa ha una
grande stima e ammirazione per Sua Santità.
Un
tema che incontrerà forti resistenze in America latina. Nei Panama Papers è
emerso il nome del presidente argentino Mauricio Macri, quello dell’ex
presidente della Camera brasiliana Eduardo Cunha, di esponenti delle destre
venezuelane, peruviane, colombiane… Non pensa che, con il ritorno delle forze
conservatrici, i rapporti siano ormai troppo sfavorevoli nel continente?
La battaglia è aperta. Io non credo, però, alla tesi della fine del ciclo
progressista, inaugurato dai governi che hanno vinto le elezioni all’inizio del
secolo. Non credo che torneremo agli anni ’90: prima di tutto per i grandi
progressi ottenuti in termine di riduzione della povertà, delle disuguaglianze,
nella costruzione di infrastruttura. Smontare tutto questo, per le destre,
implicherebbe assumersi un alto livello di conflittualità sociale. Inoltre, pur
con tutte le differenze di accenti, è la prima volta che ci sono stati 12
governi progressisti nella regione. Prima c’era solo Cuba, poi è arrivato il Venezuela,
l’Argentina, il Brasile, la Bolivia, l’Ecuador, il Nicaragua… Ora Cuba c’è
sempre, ma non è più sola. Quando sei solo, è più facile attaccarti, quando hai
degli alleati è più difficile organizzare il solito golpe. Oggi abbiamo
sinistre che contano e, anche se perdono le elezioni lo fanno per pochi punti,
ma hanno già dato prova di saper governare, e potranno tornare dopo aver
imparato dai propri errori.
Questa
vostra campagna è anche una mossa elettorale contro l’avanzata
dell’opposizione? Una certa sinistra accusa Correa di aver tradito le origini
della revolucion ciudadana.
Quando ero giovane, se le sinistre riuscivano a unirsi, arrivavano al massimo
al 5%. Abbiamo ereditato uno stato quasi fallito. Tra il ’96 e il 2006 sono
caduti 7 presidenti. Ci siamo trovati di fronte un paese fallito, con gravi
problemi di istituzionalità, perdita sociale di autostima, abbiamo avuto una
forte ondata di emigrati. Correa ha chiamato a una rifondazione attraverso un
processo costituente per stabilire un nuovo patto sociale. Per vincere abbiamo
dovuto formare un’alleanza più ampia unita da una piattaforma comune, Alianza
pais: un fronte unito di 8 formazioni di centro-sinistra che va dal Partito
comunista ai socialisti, ad altri più moderati. Abbiamo fondato un partito
dall’alto, dal governo: che per questo non poteva essere un partito di quadri
perché non aveva i piedi ben piantati nel ’900, non aveva una storia di
resistenza alle torture, doveva essere un partito di massa. Abbiamo ridotto
l’indice di disuguaglianza da 54 a 47, ma questo è ancora niente su scala
generale. Abbiamo però dimostrato di saper governare, perché oggi si sta meglio
che sotto i governi precedenti. C’è una leva di quadri politici molto giovani,
provenienti dai settori popolari, che sono stati nel governo con un’alta
professionalità. Abbiamo sventato un colpo di stato, subito la costante
aggressione mediatica. Abbiamo recuperato lo stato nazione, creato alcune
condizioni di modernità, ma siamo ancora lontani dal socialismo. Se però mi
chiedi se siamo socialisti, io per me rispondo di sì: anche se ritengo che non
dobbiamo ripetere gli errori del passato, cadere in un socialismo grigio e
omologante, mascolino, caudillista che cancella le differenze. Siamo un paese
plurinazionale. Da questo punto di vista possiamo rivolgere una forte critica
al capitalismo che livella e appiattisce, impone gli stessi modelli di consumo,
la stessa narrazione ingannevole. A volte, però, il vortice dell’impegno
quotidiano ti assorbe, si tende a trascurare la base del partito, svuotandolo
dei suoi migliori quadri per l’attività di governo. E’ un errore a cui si deve
porre rimedio con il ritorno a un’etica che neutralizzi le spinte clientelari.
Abbiamo sempre saputo che l’esercizio di governo logora, e che bisogna mantenere
vivi i principi e l’impegno. Le destre, tuttavia, non hanno peso e credibilità
per costituire un’alternativa.
Ma
avete perso pezzi importanti del movimento indigeno, che oggi vi contesta.
Quello della Conaie è un tema complesso e indica il problema a cui accennavo
prima: lo svuotamento dei quadri politici formati a un’indigenismo più
materialista e la sopravvivenza di una leadership più clientelare, che
rappresenta una fazione più fondamentalista, anche molto vincolata a ong
europee e a finanziamenti poco trasparenti provenienti da fuori. E’ lo stesso
problema che si trova ad affrontare Evo Morales in Bolivia. In ogni caso, si
tratta di settori molto marginali che non riscuotono consenso nel paese.
Lei
è anche ministro per la Mobilità umana. Quali sono i suoi compiti?
La nostra costituzione contempla la cittadinanza universale: abbiamo un indice
basso di richiesta di visti, la maggior quantità di rifugiati dell’America
latina: oltre 60.000, la maggioranza sono colombiani fuggiti alle persecuzioni
dei paramilitari e alla guerra. Abbiamo un’agenda progressista per aiutare i
nostri migranti all’estero che hanno lasciato il paese quando la situazione
economica era drammatica. Oggi, si trovano in difficoltà per via della crisi
economica che attraversa i paesi del primo mondo: in Spagna, in Italia. I
nostri consolati accompagnano le comunità nella difesa dei loro diritti, e li
aiutano a tornare a casa dove usufruiscono dei loro pieni diritti.
Di
recente, Correa ha detto che il Brexit colpirebbe anche l’economia
dell’Ecuador. Perché?
Lo ha detto guardando alla situazione dell’economia globale e all’andamento dei
mercati, che si ripercuote sul dollaro e anche sulla nostra economia che
purtroppo è ancora dollarizzata, e sulle economie vicine come quella
colombiana, la cui moneta ha subito una fortissima svalutazione. Il Brexit ci
intristisce perché mostra i limiti del progetto di Unione europea. Il grande
limite dell’America latina è di non aver saputo sviluppare per tempo una vera
integrazione.
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